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Betta si sentiva male, decisamente, sentiva il vomito che stava per arrivargli alla gola e corse in bagno, verso il water ma una volta lì, non sentiva più niente. Era già la terza volta. Sconsolata tornò in camera, e si sdraiò sul letto. Una piccola lacrima s'insinuò nel suo sguardo, per poi scenderle svogliatamente su una guancia, e farsi assorbire dalle lenzuola. Chiuse gli occhi e scene di terrore le passarono davanti, sogni dalle tinte scure,bagliori di rosso, strisce di sangue, dolore. Li riaprì di scatto. Era a casa da sola, il silenzio mortale, le spingeva contro i timpani con violenza, facendole male alle orecchie, per ogni minimo sospiro sussultava, nervosamente, involontariamente.

Si alzò di scatto, mettendosi a sedere, vide una macchia nera davanti agli occhi e le fece un po' male la testa, per l'azione, si fece ricadere. Non aveva la forza per alzarsi definitivamente, le forze l'avevano abbandonata da un po', esattamente da un mese. Già, era passato addirittura un mese, ma le sensazioni erano le stesse, l'odore sulla sua pelle era cambiato, non era più il suo. La sua pelle. Violata, graffiata, stretta. Stuprata, toccata da mani che non dovevano farlo.

Gocce di sangue. Lacrime. sangue e lacrime, mischiati insieme.

Chiuse di nuovo gli occhi. Buio e basta. E quell'uomo che la toccava, che le tappava la bocca, mentre lei cercava di gridare il suo dolore. La sua rabbia morta in gola. Sempre. Sentiva dentro di sè la violenza di chi le stava sopra. Urla. Minacce. faceva tutto parte del suo passato. Come si può generare una creatura e poi ferirla in questo modo? Come aveva potuto? Scoppiò in lacrime, come sempre quando ripensava a quelle ore d'inferno.

Un mese. Era passato un mese dall'ultima volta. 30 giorni. 4 settimane. Un mese d'inferno, di ricordi, d'incubi, di lacrime e sangue.

Le mani che le stringevano i polsi. Affondò la testa nel cuscino per non fare rumore, nonostante nessuno potesse sentirla. I vestiti strappati. Si alzò di scatto e andò verso la cucina a piccoli passi. I graffi e le botte. Bevve un bicchiere d'acuqa a piccoli sorsi, sperando che potesse donarle un po' di calma, scendendo fresca nello stomaco. Le grida soffocate. Si sedette su una sedia, appoggiata al tavolo, con la testa tra le mani. Le risate, risate cattive e violente. Non riusciva più a sopportare tutto questo. Guardò con nostalgia una foto appesa alla parete, sua madre, e suo padre. E in mezzo lei, ancora troppo piccola per suscitare desideri sessuali, ancora innocente, ancora protetta, fuori pericolo. Avrà avuto uno o due anni, non di più. Si soffermò su suo padre. Serio, composto, insospettabile a dire il vero. Una nota dolce, nei profondi occhi scuri, nota che sparì poco tempo dopo, sostituita da un'insaziabile violenza.Violenza che si cibava di lei, della sua carne, dei suoi pensieri, dei suoi desideri. Violenza che continuava a lavorare anche dopo che lui usciva dalla stanza, chiudendo piano la porta dietro di sè. S'insinuava nella sua mente e continuava a divorare piano piano. Viveva delle sue speranze, dei suoi desideri. La logorava piano piano dall'interno e non la lasciava riposare, le toglieva le forze. La voglia di vivere. Dov'era questa voglia che prima era quello che la teneva in piedi? Era fuggita, in preda al terrore, l'aveva abbandonata? Si era sciolta nelle lacrime ed era caduta con loro.

Betta si avvicinò alla finestra e guardò in giù, un senso di malessere si avvinghiò alla sua testa. Soffriva di vertigini. Ma continuava a guardare giù, superando la nausea. Sette lunghissimi piani e poi il suolo. La strada, piena di gente indaffarata, che di certo non pensava a lei. Chi pensava alla spesa, chi pensava alla famiglia, chi pensava a scopare. Una stretta le prese lo stomaco. Quanto ci voleva per arrivare al suolo? Una manciata di secondi? Quattro? Cinque?

Ce ne vollero sei. Sei secondi in cui la sua mente si annebbiò, di nero e di rosso, di sangue e di lacrime, che cadevano pesantemente, aprendosi in mille schizzi, sentiva il cuore scoppiarle nel petto, quel seno violato. Fino a quando fu immersa nell'oscurità. Niente più grida strazianti di dolore, niente più sospiri che la facevano sussultare, niente rumori. Niente di niente. Il nulla. Quanto era rassicurante questo nulla? si chiedeva Betta. Ora era tranquilla.

Povero piccolo angelo dalle ali bruciate.