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Era lei. Mi guardava coi suoi occhi neri, come la morte, come la notte. Le lunghe ciglia nere incrostate di troppo mascara, e le lacrime impigliate in quelle ragnatele scure. Era tornata, alla fine, e io, che fino a cinque secondi prima non desideravo altro, stavo lì a fissarla, senza fare niente. "Potevi dirmelo.." sussurrò piano, quella voce da far tremare il cielo, così sottile e pungente, partorita da quelle labbra scure così sottili. "Sì, potevo!" risposi piano "Ma non l'hai fatto.." continuò "Ma non l'ho fatto.." ripetei. Non sapevo cosa dire, fissavo quel suo corpo pallido, così poco vestito e non pensavo ad altro che averla distesa tra le mie lenzuola sfatte, ma non era questo il momento e lo sapevo, oh, certo che lo sapevo. I cani abbaiavano lontani, sentivo le loro urla disperate cercare aiuto, gridando alla luna, ma la luna non rispondeva. la luna parlava con me, lì impassibile, non mi toglieva gli occhi di dosso, e lo sapevo, cazzo, che avevo sprecato l'unica possibilità d una vita normale, perchè era questo che cercavo da anni, dalla prima vittima. E adesso che ero sul punto di trovarla, avevo mandato all'aria tutto. Quel silenzio mi stava disarmando, come se non fossi già abbastanza senza difese, davanti a quel seno coperto da veli trasparenti. Come sempre. Come la prima volta. E quel locale pieno di ragazzine puritane, figlie di papà, dove mi avevano portato? Sarei rimasto volentieri a casa, di chi non lo so, una casa qualunque, a masturbarmi davanti a foto porvocatorie, o a far affondare la lama nel collo fragile di qualche ragazza seducente, dopo esserle affondato nelle cosce. E invece ero lì, a bere qualcosa d'indefinito, ma sicuramente più forte del latte. Guardavo quelle ragazzine insipide, ballare credendosi le regine della seduzione, risultando ridicole e goffe. E poi lei. Una visione. Non ballava, stava appoggiata al bancone, e tirava lunghe boccate da una sigaretta, con quella minigonna così stretta, e tutta quella pelle scoperta. Mi fermai a guardarla a bocca aperta e lei si voltò, come richiamata da una voce invisibile. Mi trapassò da aprte a parte con quello sguardo che aveva un nonsochè di schifato, rimanemmo a fissarci, così, fermi e lei sì morsicò lentamente il labbro inferiore, alzando le soppracciglia. Deglutii, appoggiai il mio bicchiere e mi avvicinai, senza parole, non una, non un nome, un'età, un'occupazione, ci mettemmo a baciarci in mezzo a tutti e poi solo sesso. "E' la prossima" pensai ma la realtà è che non ci riuscii. Perchè lei era diversa, una piccola bitch senza pudori, senza pensieri, non gli importava di niente, di quello che le accadeva intorno, o di quello che le accadeva dentro non gli importava nulla. Era diversa. Ma non per questo l'unica. Oh, no, ce n'erano così tante. Dolce il piacere di sfiorare quelle pelli indifese, per poi affondarle, e trapassarle come burro, e guardare quegli occhi lucidi, pieni di terrore, e leccare il sangue che scorreva. Vedere una vita spegnersi. Come osservare una fiammella morire piano piano. Quanto odiavo tutte quelle ragazzine senza ragioni, Insulse. Non meritavano niente, e io davo loro più di quanto meritassero, la morte, così bella e sensuale, così terribilmente sexy. Ma con lei no, era diverso, non l'avrei mai uccisa, mai il mio coltello o le mie voglie l'avrebbero sfiorata, l'avrebbero ferita. E dopo essere scappato dalle casa di quelle ragazze senza ragioni era così bello buttarsi tra le sue braccia così fresche, la sua pelle bianca profumava di primavera, con quei capelli neri e le sue guance rosa. La mia piccola Biancaneve. Profumata di incenso e borotalco, si abbandonava a me, come se avessi potuto portarla lontano da quel mondo che non l'accettava, perchè lei era diversa da tutte, e da tutti, una rosa nera in mezzo a un mazzo di rose bianche, ma a lei non importava, ma avrebbe così desiderato essere portata via. Lei credeva in me. Come potevo deluderla e abbandonarla tra le fauci di questo mondo che non sapeva cosa si stava perdendo. Piccolo angelo fra le mie lenzuola, aspettami ancora un po'. E poi loro così violenti. Perchè te l'hanno detto? Perchè non ti hanno tenuto nascosto il diavolo che c'era sotto i miei vestiti. Mi hanno accusato di venti omicidi. Buffo, no? Visto che in fondo erano solo 14 i miei. Prendo le colpe anche degli altri, prendo le colpe di tutti. E' bastato un errore, qualche impronta di troppo. Poche precauzioni, Non poteva andarmi bene per sempre, lo sapevamo. E nella mia mente il tuo viso assumeva il ritratto della delusione. Ma tu non dicesti una parola. Incassasti il colpo. Come sempre. Come solo tu sai fare. Ti girasti dall'altra parte. Non volevi più incrociare il mio sguardo. E ora, eccoci qui, di nuovo all'inizio. Potevo dirtelo, dici? Oh sì che potevo, quanto sono stato stupido a non correre da te urlandoti che uccidevo piccole donnine, così viziate, quanto viziose, così provocanti e così senza sapore, se paragonate a te, stella enorme che brillava su di me e mi proteggeva. Così.senza.senso. Potrai mai perdonarmi? "Non lo so" rispondi, cercando qualcosa di mosterioso nella tua borsa "Quando uscirò da qui, amore.." "Non chiamarmi amore, e sai benissimo che non uscirai mai più di qui.." la tua voce così fredda e tagliente, rimetti a posto la cornetta di plastica. Il terrore di perderti, questo mi spaventa più di qualsiasi ergastolo. Perchè sempre di quello si tratta, l'ergastolo alla prigione della solitudine. Ti alzi, e io so che non posso fermarti. Qualsiasi donna sarebbe scappata. E' già tanto che tu si qui, ora. Ma tu sorridi, le labbra inarcarsi in un sorriso cattivo. Ti avvicini e baci il vetro del parlatorio. Non potrò mai prendere quel bacio ma mi basta averlo lì. Riprendo di scatto la cornetta, e ti guardo speranzoso. Ti fermi. La riprendi anche tu "Come fai a essere comprensiva?" scoppi a ridere "Perchè so che è così dannatamente soddisfacente.." e poi ti allontani, dalla tua borsetta spunta solo il manico di una pistola.
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